Conferenze Living Future 2015 e REGENERATION Italia: le nostre osservazioni

In aprile abbiamo partecipato alla Living Future unConference a Seattle, negli USA, organizzata dall’Istituto Internazionale Living Future (International Living Future Institute – ILFI), l’ente che gestisce una delle certificazioni ambientali per edifici tra le più ambiziose al mondo: la Living Building Challenge (LBC).

Successivamente, abbiamo preso parte anche alla presentazione italiana di questa certificazione, in occasione del concorso/conferenza REGENERATION, organizzata da Macro Design Studio a Rovereto.

Presentiamo qui le nostre impressioni sui due eventi.


Place and Community - LF15

“La fine dell’Incrementalismo, e l’inizio dell’Essere.”

Questa è la vera mission di questa organizzazione: smettiamo di trovare scuse per non usare il meglio che le tecniche costruttive hanno da offrire, e insistiamo nell’implementare lo stato dell’arte. Lo “stato dell’arte” non come definito dal mercato corrente, bensì come il “meglio” in assoluto.

Ad esempio: Qual’è in assoluto la migliore opzione per l’uso dell’acqua? “Net positive”. L’acqua che entra nel sito, viene utilizzata per le necessità del progetto. L’acqua che esce dal sito deve avere una qualità pari o superiore a quella che vi è entrata. Perché dovrebbe essere accettabile qualsiasi altra soluzione, dal momento che la tecnologia per ottenere questo risultato è già disponibile?

La certificazione Living Building Challenge, in sostanza, tira una riga. Non è una certificazione pesante, basata su un sistema di punteggi a livelli incrementali. Richiede semplicemente di creare i migliori edifici che si possano creare oggi. Tutti i 20 imperativi richiesti per la certificazione sono intesi in questo senso.

Cosa succede quindi, quando un gruppo di professionisti innovativi e amanti della sostenibilità (che passano la maggior parte dei loro giorni cercando di trascinare i loro colleghi “standard” verso il Ventunesimo secolo) si ritrovano insieme per una non-conferenza a Seattle? Beh… eccessi di gioia, motivazione alle stelle, ispirazione e in generale: felicità (vedi foto in alto!).

Far parte di un gruppo di persone con una visione e degli obiettivi condivisi – un gruppo al quale non si deve spiegare perché è necessaria la ventilazione meccanica, un gruppo che già conosce lo standard Passivhaus e lo ha superato, creando edifici che producono energia e sequestrano CO2 – ci ricorda che non siamo noi a essere matti nel voler oltrepassare le barriere e le consuetudini qui nelle nostre comunità locali.

Se non altro, mette tutte quelle barriere costruite dall’uomo (come ad esempio i regolamenti superati e le mentalità chiuse) in una prospettiva globale che le fa sembrare insignificanti, rispetto ai problemi reali che certe comunità devono affrontare – quelle che si trovano senza acqua o senza risorse naturali, ad esempio.

Dentro quest’atmosfera di incoraggiamento ed esplorazione, quali lezioni abbiamo imparato alla non-conferenza Living Future?

Keynote: Janine Beynus sulla biomimetica

Pronti, via: qualsiasi estraneo sarebbe in grado di dire che questa non è la conferenza-tipo del settore delle costruzioni, vista la scelta di Janine Beynus, esperta di biomimetica, come relatrice principale. A nostro parete, molti professionisti del settore considerano la biomimetica e la biofilia come “hippie”, o come un approccio estremo al design, mentre invece la scienza di imparare lezioni dalla natura è un modo estremamente valido per sviluppare la tecnologia delle costruzioni.

Il discorso di Beynus è stato fantastico: dobbiamo smettere di complicarci l’esistenza, e iniziare ad osservare la natura per trovare soluzioni. La sua presentazione ha introdotto il concetto che “le cose buone si organizzano da sole”, e ha illustrato come si può arrivare ad un “parallelo possibile”. Beynus ha anche ricordato che il “risveglio della bellezza” dovrebbe essere una priorità negli standard costruttivi: per quale motivo la bellezza non è un pre-requisito dell’ambiente costruito?

(Traduzione: “Un mondo sostenibile esiste già” … “e sta facendo Ricerca e Sviluppo da 3.8 miliardi di anni”)

Un concetto che ci ha colpito è stata la conclusione, della quale spesso ci dimentichiamo: “non siamo i primi a cercare un riparo”. Quindi, perché re-inventare la ruota? Perché non pensare a cosa farebbe o non farebbe la natura in un determinato sito?

Se siete interessati ad approfondire il tema della biomimetica, visitate il sito del Biomimicry Institute.

Lezione sulla tossicità dei materiali:

Sarebbe impossibile illustrare in dettaglio tutte le sessioni della conferenza, ma intendiamo menzionare alcuni aspetti che hanno catturato la nostra attenzione:

Abbiamo preso parte alla sessione “verso in mondo privo di tossine”, durante la quale Bill Walsh del Healthy Building Network ci ha particolarmente colpito con alcune statistiche sulla tossicità dei materiali da costruzione. Ha illustrato la regolamentazione (o la mancanza di tale) delle tossine nei materiali in uso negli Stati Uniti e – anche a costo di non rappresentare correttamente i dati mostrati – la sostanza è stata:

Negli anni ’90, oltre 60.000 sostanze chimiche (delle oltre 80.000 esistenti) sono state accettate dal punto di vista legale per il semplice motivo che erano già ampiamente diffuse in molti materiali da costruzione. Di queste, solamente 20 sono mai state testate, e solo 5 sono soggette a qualche tipo di regolamentazione negli Stati Uniti.

Successivamente, durante la stessa sessione stato mostrato come un bambino, oggi negli USA, nasca già con oltre 300 sostanze chimiche nel proprio sangue. Di queste, tutte tranne due possono essere riconducibili a materiali da costruzione. In altre parole, i nostri edifici ci avvelenano già dal grembo materno.

Sarebbe interessante redigere un confronto tra i regolamenti dei materiali da costruzione esistenti in Europa, e confrontarli con quelli degli Stati Uniti. A nostra esperienza, esiste qui una maggiore regolamentazione sui prodotti di cosmesi (shampoo, creme ecc.). Ad esempio, l’ex shampoo americano preferito di Mariana, e che lei ha usato allegramente per anni prima di trasferirsi in Italia, è vietato in Europa perché cancerogeno. Tuttavia l’unico esempio di un materiale da costruzione con una regolamentazione più restrittiva è l’isolamento in schiuma, un tema molto più controverso in Europa che non negli USA.

La domanda sorge spontanea: perché questo è stato consentito per ogni prodotto? Chi ha pensato che questa fosse una buona idea? Cosa è successo al principio di precauzione?

Trasparenza nei prodotti da costruzione:

ILFI ha presentato la loro ultima iniziativa, il Living Product Challenge, che una un tool chiamato Declare per aumentare la trasparenza nei prodotti da costruzione, e sfida i produttori a non usare tossine nei loro prodotti. Così come il cibo ha un’etichetta che riporta i valori nutrizionali, i prodotti da costruzione devono avere un elenco di ingredienti e informazioni tossicologiche. Esistono già alcuni produttori “apripista”, che hanno reinventato i propri prodotti in modo tale da sostituire gli ingredienti tossici con componenti naturali.

Alla conferenza REGENERATION in Italia, Amanda Sturgeon (Executive Director dell’ILFI) ha citato l’esempio di una azienda che ha iniziato ad impiegare aceto nella formulazione del loro prodotto, con un aumento di profitti pari a un milione di dollari nel solo primo anno. Alla prova dei fatti, le persone preferiscono non avere tossine nei prodotto che utilizzano.

Impatto ambientale – impronte negative e positive:

Un altro concetto ripetuto durante la conferenza è stata l’impronta positiva di impatto ambientale. Molti di noi hanno familiarità con i tool online che consentono di stimare la propria impronta negativa di impatto ambientale, con un calcolo basato sulle nostre scelte in materia di trasporti, cibo, e abitudini. Dove ricadono, tuttavia, le scelte rigenerative che intraprendiamo? Come considerare il supporto che forniamo ad altri, che vogliono ridurre il proprio impatto ambientale? Come considerare l’influenza che abbiamo nel diffondere queste nozioni, ed aumentare la consapevolezza in materia ambientale? ILFI definisce questo come l’impronta positiva: continua a leggere (inglese)…

Edifici viventi come laboratori di testimonianza:

A nostro avviso, il concetto più importante che la conferenza ci ha lasciato è che i Living Buildings esistono. Ci sono. Sono stati costruiti. E funzionano. Non solo funzionano, ma sono anche belli. Non c’è nessuna ragione per dire che non sono realizzabili. E’ già stato fatto. Dobbiamo smettere di cercare delle scuse.

Come ci sarebbe piaciuto di radunare i politici italiani, nazionali, regionali e comunali, e farli sedere davanti ad Amanda Sturgeon durante la sua prima presentazione in Italia del Living Building Challenge all’evento REGENERATION, un concorso per giovani progettisti basato sul protocollo LBC. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Carlo Battisti e Paola Moschini alla non-conferenza di Seattle (eravamo gli unici partecipanti dall’Italia), e loro ci hanno invitato a partecipare al lancio delle Collaborative italiana del Living Future Institute. Tra gli altri, hanno presentato Amanda Sturgeon, Martin Brown, Sue Clark, mentre Emanuele Naboni ha presentato i prossimi passi in programma per l’Italia.

E’ stato un piacere poter osservare i volti dei professionisti italiani presenti in platea, mentre Amanda presentava il semplice ed ambizioso imperativo per il “petalo” dell’acqua:

Il cento per cento del fabbisogno idrico di progetto deve essere coperto con acque meteoriche o con altri sistemi naturali a ciclo chiuso, e/o essere acqua riciclata dallo stesso progetto, e deve essere purificata secondo le necessità senza l’impiego di sostanze chimiche. Tutte le acque di scarto, comprese le acque grigie e nere, devono essere trattate in sito e gestite con il loro reimpiego, con un sistema a circuito chiuso, o attraverso la filtrazione.

Molti dei professionisti italiani si sono probabilmente chiesti se si trattasse di un errore di traduzione. Questo ci ha fatto comprendere quanto di questa battaglia non sia altro che un semplice errore di comunicazione. Come si può rompere la barriera di pensare che trattare le acque nere in sito sia impossibile? Come si può convincere una persona che una “compost toilet” non sia disgustosa?

Un modo per farlo è di portarli al Bullitt Center di Seattle e mostrare loro i servizi igienici, come è stato fatto con i partecipanti alla non-conferenza Living Future. Questo non è però così semplice in Italia. Noi non abbiamo un Bullitt Center… per ora!

#REGENERATION: come può il Living Building Challenge mettere le sue radici in Italia?

Come per ogni movimento, il primo fattore determinante è una leadership forte. I nostri brevi incontri con Carlo e Paola di Macro Design Studios ci hanno lasciato l’impressione di essere professionisti seri e modesti, con una vera passione per poter portare Living Building in Italia. Il concorso REGENERATION ha fornito la possibilità di osservare in anteprima le domande che potranno sorgere qui in Italia come risposta agli imperativi del Living Building Challenge, specialmente per quanto riguarda il riuso degli edifici.

A nostro parere, il “petalo” dell’acqua ha sofferto le critiche più dure da parte dell’audience, visto che buona parte del suo successo dipende dai cambiamenti a livello legislativo. Questo significherebbe mettere in pratica molto duro lavoro sul piano politico, per conciliare i numerosissimi enti competenti in materia sul territorio nazionale. La sezione relativa ai materiali, altro ostacolo duro da superare, dovrà il proprio successo al coinvolgimento dei produttori italiani, molti dei quali si approvvigionano di materiali dall’estero. In questo caso, ci potrebbe essere più successo, vista la forza del brand “made in Italy”.

Tuttavia queste indennità locali italiane, regionali, provinciali e comunali, sono spesso in contrasto con il progresso in avanti del Paese. Dal momento che nessun Living Building è mai stato completato in Italia, è fin troppo facile per molti professionisti alzare le braccia al cielo e dire: “Ecco, in Italia è così, non si può fare”.

Questa reazione, che ci porta frustrazione ogni giorno a livelli che sono forse difficili da immaginare, può essere interpretata in un primo momento come disfattista e pessimista. In realtà, si tratta di un semplice strumento di difesa culturale, sviluppato dai “nativi” durante secoli di invasioni culturali. Dobbiamo ricordarci che, in Italia, un “no” non significa per forza “no”. A costo di finire fuori tema, concedeteci di riprendere una citazione di Mariana su come imparare a parlare in italiano:

la complessa combinazione di lingua e cultura italiana richiede che una conversazione abbia un certo grado di “tira-e-molla”, un certo grado di “sofferenza” controbilanciata da persistenza, bellezza bilanciata da frustrazione, e rabbia bilanciata da passione.

Non ha importanza se i due interlocutori si trovino d’accordo o che arrivino alla stessa conclusione. Senza il tira e molla, è come se l’oggetto della conversazione perdesse di valore. Dobbiamo essere prima un po’ in disaccordo prima di poter essere d’accordo. Situazioni ipotetiche devono essere suggerite e confutate. Domande retoriche devono essere poste e derise. Sensi di colpa e giustificazioni devono venire espressi da ambo le parti. Dobbiamo danzare un po’.

Vedete, il Living Building Challenge dovrà ballare un po’, in Italia.

Un successo a Rovereto non significherà automaticamente un successo a Reggio Emilia, ad esempio (vedi ad esempio la diffusione di LEED in Italia). Noi crediamo che a giocare un ruolo chiave, per la diffusione del Living Building Challenge in Italia, sarà l’inclusione delle comunità locali che vogliano migliorare le proprie città ed i propri paesi. Per quella che è la nostra esperienza in Italia, i progettisti non possono avere la forza di portare avanti questi messaggi da soli – una nozione che è parte di un discorso più ampio, che riguarda il valore e l’apprezzamento del lavoro professionale nel nostro Paese. Ma per una iniziativa come il Living Building Challenge, che può essere comunicata direttamente a chi abita gli edifici, si possono forse ottenere risultati migliori nel coinvolgere i genitori con iniziative educative per i loro figli, e nell’interessare i Comuni con presentazioni aperte al pubblico.

E’ importante iniziare il dialogo qui in Italia. Vi invitiamo quindi a dirci cosa pensate e lasciare un commento a questo articolo.

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